
2) Le Idee come modello e come causa.
Il Parmenide  considerato un dialogo della maturit di Platone.
Esso  dedicato all'analisi delle Idee e del loro rapporto con gli
enti sensibili, i quali, agli occhi degli uomini che tendono a
semplificare, appaiono come realt. Il giovane Socrate affronta
l'arduo argomento dibattendo nientemeno che con Parmenide, ormai
vecchio, giunto ad Atene insieme al discepolo Zenone. Dal dialogo
emergono la complessit del problema e la necessit di continuare
la ricerca attraverso una rigorosa indagine dialettica. Entrambi
gli interlocutori mostrano una grande fiducia nelle capacit della
Ragione di pervenire alla Verit. Con il termine genere 
indicata l'Idea.
a) Rapporto Idee-enti sensibili (Parmenide, 132 a-b, 132 d-133 a)
(vedi manuale pagina 87).
1   [132 a] [Parmenide] - Io credo che tu sia indotto a concepire
ciascun genere delle cose come una unit da questo: ogni qual
volta tu ritieni di trovarti di fronte ad un certo numero di cose
grandi, ti pare, direi, che ci sia un certo aspetto
caratteristico, unico e proprio lo stesso, visibile a chi getta il
suo sguardo su tutte e cos tu opini che la grandezza sia come
tale una unit. [Socrate] - E' vero. [Parmenide] - E se guarderai
analogamente tutte queste cose con gli occhi della tua anima, la
grandezza come tale e le altre cose grandi? Non ti apparir
un'altra unitaria grandezza in ragione della quale tutte queste
cose osservate appaiono grandi? [Socrate] - E' verosimile.
[Parmenide] - Apparir quindi un altro genere della grandezza,
sorto accanto alla grandezza e alle altre cose che partecipano di
questa, e ce ne sar un [b] altro in tutte le cose di cui abbiamo
parlato fin qui in ragione del quale tutte queste saranno grandi;
e non sar pi per te uno solo ciascun genere delle cose, ma
infinita pluralit. [...].
2   [132 d] [Socrate] -Mi pare invece, Parmenide, che la soluzione
sia proprio qui: questi generi di cui parliamo sono nella natura
come modelli e le altre cose assomigliano ad essi, ne sono copie
somiglianti e quella partecipazione ai generi da parte delle altre
cose si d non altrimenti che in quanto le nostre cose sono
rappresentazioni di quelli. Disse Parmenide: - Se allora qualche
cosa assomiglia al genere,  possibile che quel genere non sia
simile a ci che ne  rappresentazione, nella misura in cui questa
 a somiglianza di quello? E c' qualche mezzo per cui il simile
non sia simile al suo simile? [Socrate] - Non c'. - [Parmenide]
Non c' forse una stretta [e] necessit che due cose che si
assomigliano partecipino a qualche cosa di unico e identico per
ambedue? [Socrate] - Certamente. [Parmenide] - E non sar proprio
il genere ci di cui i simili partecipando sono simili? [Socrate]
- Perfettamente. [Parmenide] - Non  pertanto ammissibile che
qualche cosa sia simile al genere, n che questo lo sia ad altro;
altrimenti vicino al genere comparir sempre un altro genere e, se
questo  simile [133 a] a qualche cosa, un altro ancora; non
finir mai di nascere sempre un nuovo genere, se il genere risulta
simile a ci che ne partecipa. [Socrate] - Quanto dici 
assolutamente vero. [Parmenide] - Non  dunque sulla base della
somiglianza che le altre cose partecipano dei generi, ma bisogna
cercare un altro modo di partecipazione. [Socrate] - Cos risulta

 (Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagina 531).

b) Quante sono le Idee (Parmenide, 130 a-e) (vedi manuale pagine
88-89).
 [130 a] [...] Mentre Socrate cos parlava, continuava a
raccontarmi Pitodoro, egli stesso si attendeva, ad ogni nuova
argomentazione, che Parmenide e Zenone si adirassero, ma quelli
invece seguivano Socrate con tutta la loro attenzione e
frequentemente si scambiavano qualche occhiata e sorridevano,
meravigliati di lui. E cos infatti, quando Socrate ebbe finito,
Parmenide si espresse: - Socrate, disse, quanto [b] sei degno
d'ammirazione per l'ardore che ti porta ai discorsi. Ma dimmi
ancora: tu ammetti proprio, cos come dici, una tale distinzione:
da una parte prima generi del reale, presi come tali, e dall'altra
le cose che ne partecipano? E ritieni che sia un qualche cosa la
somiglianza come tale separatamente da quella somiglianza che  in
noi e cos pure l'uno e la molteplicit e tutto il resto che or
ora ascoltavi da Zenone? - Certo, disse Socrate. - Ed anche per
cose come queste, disse Parmenide, per esempio un genere,
esistente come tale, del giusto, e poi del bello, del bene ed
anche di ogni altra cosa analoga? - S, disse [Socrate].
[Parmenide] - [c] E c' anche il genere dell'uomo, separato da noi
e da quanti siamo uomini, il genere come tale dell'uomo, o del
fuoco, o dell'acqua? [Socrate] - Spesso, Parmenide, mi sono
trovato in difficolt a questo proposito, se cio bisogna
applicare anche a questi oggetti lo stesso principio valido per
quelli o no. [Parmenide] - E, Socrate, sei in dubbio sul parlare
allo stesso modo anche di cose come queste, che in tal caso
potrebbero anche suscitare il riso, e cio come il capello, il
fango, il sudiciume e altro che sia di natura vile e spregevole al
massimo grado, sei in dubbio sull'ammettere o no [d] un genere
anche di ciascuna di tali cose, separato, il quale sia un'altra
cosa dalle cose stesse le quali noi tocchiamo con mano? - No, no,
disse Socrate, si tratta di cose che, quali noi vediamo, tali
esistono in realt e cos bisogna guardarsi dal pensare che ci sia
un genere anche per esse, potrebbe essere fuori di luogo. Mi
torment gi una volta il pensiero che ci fosse estensibile
universalmente. Ma se appena m'adagio in questa opinione, tosto ne
rifuggo per il timore di perdermi cadendo in un abisso di
stoltezze e rifugiandomi allora presso gli oggetti a proposito dei
quali or ora ammettevo senz'altro i generi della realt io svolgo
il mio lavoro ed impegno la mia attivit solo entro i loro [e]
limiti

(Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagina 528).

c) Uno e molteplice (Parmenide, 129 b-e) (vedi manuale pagina 89).
 [129 b] [...] [Parla Socrate rivolgendosi a Zenone] Cos non 
assurdo dimostrare che tutto  uno perch partecipa del genere
dell'uno e che lo stesso tutto  molteplice perch d'altra parte
partecipa del genere della molteplicit; mentre avr gi ragione
di meravigliarmi se si riuscir a dimostrarmi che ci che  in
quanto uno per ci [c] stesso  molteplice e ci che  in quanto
molteplice per ci stesso  uno. Queste osservazioni si possono
estendere a tutti gli aspetti della realt. Ci sarebbe da stupirsi
a sentir dimostrare che un genere o una specie, come tali, siano
affetti entro se stessi da queste opposte affezioni, ma non ci
sar niente di strano, se uno dimostrer che io stesso sono uno e
molti dicendo, per esempio, per provare la mia molteplicit, che
io ho una parte destra diversa da una parte sinistra, e un davanti
diverso da un dietro, e cos una parte superiore e una parte
inferiore - anch'io, lo credo, partecipo infatti della
molteplicit - e invece, per provare la [d] mia unit, affermer
che di noi sette uomini io sono uno, partecipe anche dell'uno. I
due giudizi cos sono dimostrati entrambi veri. Quando dunque,
riferendosi ad oggetti di questo tipo, uno si prover a dimostrare
che lo stesso oggetto  uno e molteplice, per esempio pietre,
legni e simili, noi diremo che dimostra che qualche cosa  una e
pure molteplice, ma non che il genere dell'uno come tale 
molteplicit, o che il genere della molteplicit come tale 
unit; e non dice niente di straordinario, ma cose su cui tutti
potremmo essere d'accordo. Se invece, degli oggetti di cui parlavo
poco fa, uno prenda dapprima separatamente gli aspetti uno per
uno, per esempio somiglianza [e], dissomiglianza, pluralit, uno,
quiete, moto e ogni altro simile, e poi li dimostri tali da
potersi mescolare insieme, allora s, Zenone, io me ne rallegrerei
straordinariamente. Tu hai condotto a termine, a mio parere, la
tua opera con grande ardimento, ma, come ti dico, sarei veramente
molto pi lieto se qualcuno sapesse mostrare e spiegare questa
stessa difficolt che nei generi della [130 a] realt  in mille
modi intrecciata, cos come voi faceste per la realt sensibile,
anche per quel piano di realt che vien colto dal ragionamento.
 (Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagina 527).

